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La grande delusione della COP30
La COP30 di Belém (Brasile), che prometteva di aprire una nuova stagione per i negoziati sul clima, si è chiusa con un bilancio amaro per la giustizia climatica. Dopo oltre dieci giorni di trattative tra centinaia di delegazioni, il risultato finale — il Global Mutirão — non contiene alcun impegno vincolante per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili.
Un accordo debole sui combustibili fossili
Il documento conclusivo non menziona esplicitamente petrolio, gas o carbone come fonti da abbandonare. Nonostante oltre 80 Paesi avessero sostenuto una roadmap per una transizione “giusta ed equa” lontano dai fossili, l’Italia — insieme alla Polonia — non ha firmato.
Molti osservatori ritengono che il testo finale sia stato fortemente depotenziato rispetto alle ambizioni iniziali: invece di una roadmap concreta, è stato introdotto un generico “acceleratore globale di implementazione”, completamente volontario.
Qualche passo avanti… ma non abbastanza
Tra gli elementi positivi, il documento istituisce la Missione Belém per mantenere il limite di 1,5 °C, un percorso triennale coordinato dalle presidenze COP 29, 30 e 31. Viene inoltre creato il Belém Action Mechanism (BAM), pensato per promuovere una transizione energetica “giusta” con il coinvolgimento dei Paesi più vulnerabili.
Sul fronte dell’adattamento, il testo prevede di triplicare i fondi destinati alle nazioni più esposte agli impatti climatici e introduce 59 indicatori ufficiali per monitorare i progressi, all'interno della “Belém-Addis Adaptation Vision”.
Un passo avanti importante è l’inclusione — per la prima volta nei testi UNFCCC — di un riconoscimento esplicito dei diritti dei popoli indigeni e delle comunità afrodiscendenti, comprese le terre, nei meccanismi di attuazione delle politiche climatiche.
Le resistenze che hanno frenato l’accordo
Le maggiori opposizioni sono arrivate dai Paesi produttori di petrolio e gas. Blocchi come LMDC (India, Cina, Arabia Saudita, Bolivia e altri) hanno esercitato forti pressioni per evitare qualsiasi riferimento vincolante all’abbandono dei combustibili fossili.
Sul fronte finanziario, l’obiettivo per i fondi di adattamento è stato rinviato dal 2030 al 2035. Nonostante l’impegno a triplicare i finanziamenti fino a 120 miliardi di dollari, molte critiche sottolineano che una parte significativa di questi fondi potrebbe consistere in prestiti anziché sovvenzioni.
Il ruolo dell’Italia e la sua assenza
L’Italia è assente dalla lista dei Paesi che hanno sostenuto la roadmap per la transizione dai combustibili fossili. Una scelta che la pone in contrasto con la stessa Unione Europea, promotrice di una tabella di marcia ambiziosa per la decarbonizzazione.
Secondo alcune associazioni ambientaliste italiane, questa posizione potrebbe aver favorito un compromesso più morbido con i Paesi produttori di petrolio e gas.
Un’occasione persa… o solo rimandata?
Durante la plenaria finale, il presidente di COP30 ha annunciato l’avvio di due roadmap volontarie: una dedicata alla transizione energetica e una contro la deforestazione. Nonostante il passo simbolico, l’assenza di impegni vincolanti lascia molte questioni irrisolte.
Conclusioni: le domande aperte
È sufficiente un accordo che parla di “implementazione” senza stabilire una tabella di marcia concreta per l’uscita dai fossili? Che peso avranno strumenti volontari come la Missione Belém e il BAM senza obblighi giuridici?
L’Italia potrà recuperare credibilità nei prossimi negoziati o questa mancanza di impegno renderà più difficile influenzare la COP31?
I fondi promessi per l’adattamento saranno realmente mobilitati o rischiano di rimanere promesse non mantenute? E quanto sarà incisiva la partecipazione dei popoli indigeni e delle comunità afrodiscendenti nelle future politiche climatiche globali?